Altri cannibali, primo lungometraggio di Francesco Sossai, ricalca in superficie lo schema del buddy movie che ritroveremo anche nel successivo (e acclamato) Le città di pianura. Il tono di entrambi i lavori è anti-retorico, sospeso e allucinato, ma le differenze sono significative. In Altri cannibali il sottotesto è lugubre, tende all’horror, non a caso il film è girato in un bianco e nero plumbeo. L’amicizia non è un cemento sufficiente per lenire la disperazione, l’analisi del contesto sociale è meno esplicita che in Le città di pianura e la musica ha un peso narrativo minore. Fausto e Ivan si ritrovano per un weekend in Valpiana. Non sappiamo come si siano conosciuti, probabilmente online. I dialoghi scarni, pieni di pause e di silenzi, e gli agghiaccianti preparativi nel bagno della baita di Fausto definiscono i contorni della faccenda: Ivan vuole morire, Fausto è pronto a mangiarlo. Gli imprevisti del caso e una volontà non proprio ferrea impediranno ai due di portare a termine il proposito.
Il punto di vista privilegiato da Sossai è quello di Fausto. Operaio in una fabbrica da vent’anni, conduce un’esistenza alienata, segnata dalla morte del padre. Fu lui a trovare il corpo del genitore, caduto mentre, ubriaco, scavalcava il cancello di casa. A inizio film, Fausto tinge i lunghi capelli di biondo: un cambiamento che sembrerebbe preludere a una trasformazione più estrema. La sua fantasia preferita è quella di assaggiare gli altri. Ne immagina il sapore, spiega a Ivan. Il cannibalismo di Fausto è una perversione infantile, l’espressione di un desiderio di contatto con l’altro libero dalle dinamiche disfunzionali della fabbrica e della famiglia (con cui intrattiene rapporti pessimi) e, insieme, la metafora di un ordine sociale distruttivo. Il Veneto fagocita sé stesso, e così fanno i suoi figli. Ivan (“un nome russo”, nota Fausto) è un ricercatore in filosofia. Con i suoi piccoli occhi neri, è una figura sconcertante, vagamente dostoevskijana. Stanco della vita, non ha però il coraggio di uccidersi. Al contrario del nichilista Kirillov, che ne I demoni si sparava al cuore per provare che Dio non esiste, Ivan non sembra capace di slanci titanici. La civiltà post-industriale arranca nel vuoto di valori e idee. Le vecchie forme di solidarietà sono state erose dalla competizione sfrenata, alimentata dal miraggio dell’arricchimento. Gli uomini sopravvivono in stati larvali, annegando il dispiacere nell’alcool. Tutto questo Sossai non lo dice apertamente, ma lascia che traspaia dalla stanca parabola dei due protagonisti. L’operaio (di provincia) e l’intellettuale (di città) sono figure archetipiche di un sistema di valori (la cultura socialista) uscito sconfitto dal confronto con la modernità.
L’assenza di coltelli affilati in casa, un pranzo imprevisto a casa della madre di Fausto, l’incontro con un vecchio montanaro che fa la pista al maiale e un acido consumato di notte, in mezzo ai boschi, offriranno a questi due monconi di uomini l’occasione di fraternizzare un po’. Fausto, in particolare, ricorderà la gioia più perfetta della sua vita, la vittoria dell’Italia al mondiale del 1982, anche questa un’eco nostalgica di un mondo tramontato. Nel confronto finale, Ivan rinfaccerà a Fausto la sua natura di sognatore. Gli basta questo: illudersi, per trovare un po’ di conforto. Così si spiegano i progetti abortiti – mollare la fabbrica, aprire un chiringuito in Costa Rica, guidare ambulanze. L’agghiacciante pulsione confessata da Fausto ha l’effetto di sottrarre realtà a Ivan, il quale, suo malgrado, è ridotto all’ennesimo banco di prova fallito dal compagno. Nel primissimo piano di Fausto, la nuca di Ivan è una chiazza nera che sbarra lo sguardo – e viceversa nel controcampo. La solidarietà è impossibile. L’altro è un limite invalicabile.
Ivan torna a casa, Fausto riprende la propria vita. Durante un turno di lavoro, un collega perde un dito a un macchinario. Fausto lo infila in bocca di nascosto, lo mastica con disgusto. Alla fine del film lo troviamo nella camera da letto della casa che divide con la madre. Ha i capelli tagliati corti, prova alcuni abiti dismessi del padre. Bacia la mamma, sorride allo specchio, sconfitto nelle sue velleità, ma finalmente integrato in un’identità che, se da un lato opprime, dall’altro garantisce un senso di appartenenza.
Coerente con questa desertificazione morale, Sossai adotta uno sguardo disincantato, non giudicante. Le scene di lavoro in fabbrica o l’uccisione del maiale testimoniano una vocazione da etnografo, assecondata dall’ampio uso della camera a mano e dalla scelta, per alcuni ruoli, di attori non professionisti. Tra questi, Walter Giroldini, il cui Fausto è un incrocio tra Sandy Marton, un anti-eroe di Kaurismäki e il Mickey Rourke di The Wrestler. Ivan è il più esperto ma non meno efficace Diego Pagotto. La fotografia è di Giulia Schelhas.
Altri cannibali
Lingua originale: italiano
Paese di produzione: Germania
Anno: 2021
Durata: 96 min
Dati tecnici: B/N
Genere: orrore, drammatico
Regia: Francesco Sossai
Sceneggiatura: Francesco Sossai, Adriano Candiago
Produttore: Cecilia Trautvetter
Produttore esecutivo: Andreas Louis
Casa di produzione: Deutsche Film und Fernsehakademie Berlin
Distribuzione in italiano: Vivo Film
Fotografia: Giulia Schelhas
Montaggio: Ginevra Giacon
Musiche: Davide Rizzardi, Sebastian Pablo Poloni
Scenografia: Tatiana Bastos
Costumi: Tatiana Bastos
Interpreti: Walter Giroldini, Diego Pagotto