Un uomo alla guida di un maggiolino giallo accosta a un distributore di benzina, ha bisogno di fare rifornimento. Poco distante dalla pompa del carburante, sdraiato in terra, coperto a malapena da un cartone, c’è un cadavere. (Il male è subito tra noi, e con esso l’iniquità e l’arbitrio della violenza). Il benzinaio spiega all’uomo: si tratta di un povero cristo che voleva rubare qualche latta d’olio, il sorvegliante notturno gli ha sparato. Sono giorni che il corpo è lì, la puzza attira sciami di mosche e mute festose di cani affamati. L’autista, Armando, ha fretta, paga, sale sul maggiolino. Preceduta dallo strillo delle sirene, arriva un’autopattuglia. I poliziotti hanno l’aria minacciosa. Uno dei due interroga Armando, perquisisce la vettura meticolosamente. Lo spettatore comincia a sudare freddo. Armando è di sicuro una spia, lo dice anche il titolo, un agente segreto, a breve esploderà la violenza. E invece no. Un’altra auto accosta, sfreccia, se ne va, regalando la fugace visione di un gruppo di giovani mascherati per il carnevale. La tragedia declina in farsa. Il poliziotto domanda un contributo per la polizia. Nel Brasile del 1977 è così che si intascano le mazzette. Armando ha finito i soldi, gli offre un pacchetto di sigarette. Riparte.
La sequenza di apertura di L’agente segreto (O agente secreto, 2025), il nuovo film di Kleber Mendonça Filho, è perfetta, racchiude tutto ciò che vedremo nelle successive due ore e mezza. I riferimenti al cinema di genere, un certo gusto onirico, surreale uniti alla brillantezza, il calore, la consistenza quasi tattile delle immagini. E poi la tensione che si accumula senza raggiungere un climax, la violenza dell’ambiente, la meschinità del Potere, il rovesciamento ironico come procedimento prediletto di un cinema imprevedibile, cangiante, che resuscita fantasmi famigliari e storici col supporto (analogico) di fotografie, musica, racconti. Lo sguardo triste di Armando, alias Marcelo, interpretato in modo sublime da Wagner Moura, è quello di un uomo dolce, tenero, che non pratica la violenza, neppure ha una pistola. E allora che razza di agente segreto è? Il titolo del film, spiega Mendonça, viene da una precedente sceneggiatura, poi abortita. Il prestito va inteso in senso letterale: Armando si muove in incognito, è, suo malgrado, una pedina del caos in un paese ostaggio di una dittatura militare in cui l’ordine coincide con la repressione violenta del dissenso e il progresso (“ordem e progresso”, recita la bandiera brasiliana) con l’affarismo di potentati economici, militari e politici corrotti.
Le dittature segnano una cesura storica e privata. Prima, Armando era uno scienziato, un ricercatore universitario responsabile di progetti altamente tecnologici. Lavorava nel distretto pernambucano, nord-est del Brasile, regione povera ma ingegnosa, il cui sviluppo storicamente è stato contrastato dalle manovre del riccosud-est. E proprio un industriale meridionale, Ghirotti, pezzo grosso della compagnia elettrica nazionale, trama contro Armando. Prima taglia i fondi all’università dove l’uomo lavora, poi lo diffama sulla stampa, infine gli mette alle calcagna due sicari, l’ex militare Augusto e il figliastro Bobbi. Armando ha osato affrontarlo, vuole che taccia per sempre, spiega Ghirotti ai killer, e si porta una mano a pistola alla bocca. Qui come altrove il montaggio di Matheus Farias e Eduardo Serrano asseconda il gusto di Mendonça per il ribaltamento ironico. La camera stacca su Armando, sdraiato, mentre Claudia, anche lei rifugiata nella pensione della coriacea Dona Sebastiana, gli ispeziona la bocca. È una dentista, lo sappiamo, ma quando Armando si tira su, anche la scena ritorna in sesto. I due sono in camera da letto, hanno appena fatto l’amore.
La morte e la vita: nel film di Mendonça, il Carnevale è lo scenario perfetto per questo connubio, un momento di sospensione dell’ordine delle cose. Novantuno morti per i festeggiamenti, dice il giornale. Il commissario di polizia Euclides Cavalcanti – faccia verdastra da rospo, cognome preso da un pezzo di storia del cinema brasiliano d’avanguardia –, dice: saranno molti di più, e non si sa se a parlare sia l’uomo di mondo o il funzionario corrotto. Poco prima di presentarsi ad Armando, il commissario aveva commentato in modo sprezzante la notizia della scomparsa di un ragazzo, “uno dei buoni”. Il desaparecido potrebbe essere il proprietario della gamba ritrovata in bocca ad uno squalo pescato al largo di Candeias qualche ora prima. Quella della “perna cabeluda” (la “gamba pelosa”) è una leggenda metropolitana diffusasi in Brasile a partire dalla metà degli anni Settanta, metafora della violenza incontrollata (e censurata) che terrorizzava il paese. Il film ci gioca sopra, imbastendo una sottotrama tra l’horror e il grottesco. La gamba, gettata in mare dai figli di Cavalcanti, riemerge aggredendo un gruppo di uomini intenti a fare cruising in un parco pubblico. O almeno così leggono gli ospiti di Dona Sebastiana su un giornale.
L’oralità costituisce una dimensione importante nel cinema di Mendonça. La sequenza iniziale alla pompa di benzina ha un momento germinativo nella trasmissione radiofonica che ascoltiamo sovrapposta ai loghi delle case di produzione del film. In questo spazio paratestuale, l’annunciatore introduce un brano in voga negli anni Sessanta. Sotto la musica scorrono una serie di foto d’archivio, volti noti e non della storia brasiliana – Caetano Veloso, Maria Bethânia, Glauber Rocha. L’espediente è caro a Mendonça, l’abbiamo già visto in O som ao redor (letteralmente: “il suono intorno”) e in Aquarius. Il suono precede le immagini. La memoria ha bisogno di dettagli a cui aggrapparsi e di uno spazio franco in cui prendere forma. Il cinema è un prolungamento dello sguardo e, insieme, il luogo della costruzione di un senso. Prima di approdare alla regia, Mendonça è stato un critico cinematografico. Il suo gusto, in ossequio al sincretismo tropicalista, si è formato incorporando anche la lezione del cinema hollywoodiano, dai b-movie di John Sayles (ringraziato nei titoli di coda de L’agente segreto) ai maestri De Palma e Spielberg. Non a caso, il figlio di Armando (Fernando, l’adorabile Enzo Nunes) è ossessionato dal film Lo squalo, nelle sale in quei giorni. Silenzioso e letale predatore di uomini, “o tubarão” è una chiara metafora del paese. Il nemico di tanti brasiliani è il Brasile stesso, dice Elza, a capo di un’organizzazione di dissidenti che cercherà di far esfiltrare Armando e il figlioletto. Nello spirito innocente e nell’immaginazione sinestesica di Fernando (“l’ho visto alla radio del nonno”, dice) si riflette lo sguardo del regista. Pernambucano di Recife, anche Mendonça fu cresciuto dai nonni. La madre, Joselice Jucá, era una storica. Proprio come Flavia, la giovane che ricostruisce la vicenda di Armando ascoltando, con una collega di università, i nastri su cui sono incise la sua voce e quella di chi lo conobbe. Dopo quarantacinque minuti, il film svela la sua cornice narrativa con un salto che costringe lo spettatore a ristrutturare la sua intera esperienza.
L’epilogo è tragico, e non potrebbe essere altrimenti. I due killer ne assoldano un terzo, che fallisce l’agguato e ammazza Bobbi, in una sequenza la cui violenza è degna di Eu Matei Lúcio Flávio, cult brasiliano citato nel prologo. La morte di Armando è mostrata attraverso un trafiletto di giornale, un espediente non narrativo coerente con l’approccio anticlimatico e con un’idea vagamente kafkiana del Potere. Nei film di Mendonça, la minaccia si manifesta per mano di piccole entità isolate, in rapporto sineddotico con un livello superiore che rimane sullo sfondo, in una specie di fuoricampo storico. In O som ao redor era un gruppo privato di vigilantes, in Aquarius un’aggressiva impresa immobiliare, in Bacurau una pattuglia di turisti yankee. In L’agente segreto, l’effige del presidente Geisel è onnipresente, ma più che un film sulla dittatura è un film sulla logica di quegli anni di “pirraça”, come recita una didascalia, ovvero “malizia”, “dispetto”, “capriccio”, un caos politico e morale in cui il grande e il piccolo malaffare trovavano una perversa, crudele sintonia.
Ospiti della piccola e coriacea Dona Sebastiana, Armando e gli altri rifugiati resistono come possono. Praticano il “jeitinho”, l’arte brasiliana di arrangiarsi, ma è la memoria l’antidoto storico al terrore. Flavia rintraccia il figlio di Armando, interpretato sempre da Wagner Moura. Lavora in ospedale, adesso. Gli consegna una pennetta con le registrazioni del padre. L’ospedale sorge dove prima era il cinema gestito dal nonno. Il passato è sempre vivo, per chi vuole ascoltare.
L’agente segreto
Regia: Kleber Mendonça Filho
Produzione: Emilie Lesclaux, Kleber Mendonça Filho, Wagner Moura, Brent Travers, Leontine Petit, Fred Burle
Sceneggiatura: Kleber Mendonça Filho
Cast: Wagner Moura, Tânia Maria, Maria Fernanda Cândido, Gabriel Leone, Alice Carvalho, Udo Kier, Thomás Aquino, Isabél Zuaa, Carlos Francisco, Robério Diógenes, Hermila Guedes, Laura Lufési, Kaiony Venâncio
Musica: Mateus Alves, Tomaz Alves Souza
Direzione della fotografia: Evgenia Alexandrova
Scenografia: Thales Junqueira
Costumi: Rita Azevedo Gomes
Montaggio: Matheus Farias, Eduardo Serrano
Case di produzione: CinemaScópio Produções (Brasile), MK2 Films (Francia), Lemming Film (Paesi Bassi), One Two Films (Germania), Arte France Cinéma (Francia), Black Rabbit Media, Itapoan, Vitrine Filmes (coproduzione)
Distribuzione: Vitrine Filmes (Brasile), Neon (Nord America), MUBI (Regno Unito, Irlanda, India, America Latina; escluso Brasile), Ad Vitam Distribution (Francia), Port au Prince Pictures (Germania), Nitrato Filmes (Portogallo)
Uscita: 18 maggio 2025 (Cannes), 6 novembre 2025 (Brasile), 6 novembre 2025 (Portogallo)
Lingue: portoghese, tedesco