Non dev’essere facile essere Marco Travaglio. Mai che tiri il fiato, mai che appaia in difficoltà. Macina editoriali, ospitate televisive, pamphlet polemici, recital teatrali senza che il suo spirito caustico, quello per cui tanti lo amano, perda un grammo di vigore. Sai lo stress, la fatica?
Nell’era del berlusconismo rampante, Travaglio era addirittura un eroe. Con il suo look morigerato e démodé, i lineamenti scarni, aguzzi, la fedeltà assoluta alla parola scritta delle leggi, dei regolamenti, delle sentenze, incarnava una tensione superegoica che appariva necessaria, anzi urgente, davanti al trionfo della farsesca maschera berlusconiana. Rappresentava, quella tensione, un contraltare salvifico alla bulimia di godimento dell’allora Cavaliere, cifra psicotica di un interregno miserabile e potenzialmente letale per il nostro Paese, le cui scorie (vedi alla voce populismo) ci intossicano ancora oggi.
In quel momento, l’antiberlusconismo (mal)inteso come metro di giudizio morale e intellettuale consentì di cooptarlo agevolmente tra i “nostri”. Non ci si rese conto, da sinistra, che Travaglio con Gramsci e Berlinguer non aveva nulla da spartire. Faccio autocritica: anch’io, pur trovando irritante il suo sussiego, ero ammaliato dal rigore etico, dalla prosa pungente, dalla lucidità infaticabile di quest’allievo di Montanelli. Non mi accorgevo del mostro che covava sotto la cenere.
E il mostro qual era? Il narcisismo. Mentre lo portavamo in trionfo come l’unico giornalista in mezzo a tanti servi, Travaglio si addestrava nell’esercizio di una coerenza concepita non come intima fedeltà a un principio ma come sclerosi di vezzi mimico-retorici volti a trasmettere l’immagine della propria infallibilità. Negli ultimi tempi è peggiorato. Già frustrato dal tramonto del berlusconismo e dal suicidio politico del suo più degno erede, Matteo Renzi, il colpo definitivo l’ha avuto con l’accordo-farsa tra il partito di riferimento dei suoi lettori, il M5S, e la Lega. «Se facessero un governo insieme, i 5 Stelle sarebbero linciati sulla pubblica piazza», pronosticava – anzi, forse intuendo il peggio, esorcizzava -, tempo prima, lanciando nel contempo strali contro il PD perché, rifiutando il dialogo con i grillini, lo esponeva all’imbarazzo di dover sostenere un governo con Salvini ministro. A quel punto il narcisismo di Travaglio si è calcificato, blindando il nostro nel duplice ruolo di pubblico ministero e giudice. E i nemici? Salvini (e vorrei vedere), irriso con la consueta eleganza (“Cazzaro Verde”). Ma pure gli immigrati, le ong, i buonisti, la sinistra, i critici del governo (troppo prematuri, li bacchetta Travaglio, ma non risulta che ai tempi del “Banana” la prudenza fosse un’opzione così ragionevole) e soprattutto del Verbo Quotidiano, l’unico giornale fra tanti “giornaloni”. Quando l’imbarazzo per Di Maio & co. supera i livelli di guardia, tornano a galla i fantasmi di Renzi e Berlusconi: Padellaro ricama allora quadretti degni del più ampolloso scribacchino di provincia. A Scanzi il compito di salvare le apparenze: l’aria un po’ scapestrata, da eterno ragazzo, lo rende adatto al ruolo di battitore libero. Il punto è il carisma intellettuale: tra Muccino e Fabio Volo, altro che Gaber.
Per fortuna, su tutto vigila implacabile Travaglio il Giustiziere, la cui “licenza di uccidere” passa per la libertà di dire e contraddire impunemente, poiché quando uno è pubblico ministero e giudice la prima cosa che fa è autoassolversi. L’ultimo esempio è la querelle con Diego Bianchi sulla questione delle ong (mi spiace parlarne sempre, ma non è colpa mia se in un mese Lega e M5S hanno approvato appena due decreti legge). Parte con un pezzo in cui dice che i legami di alcune ong con gli scafisti sono «acclarati» e «rivendicati» (sic!) e a Zoro che con garbo gli chiede chiarimenti, replica, con la solita stizza della lesa maestà, che ci sono fior fiori di documenti, citazioni, registrazioni eccetera che lo dimostrano. Travaglio scrive che le indagini «non hanno finora accertato reati» (ma aggiunge subito che la procura di Trapani «s’è vista confermare il sequestro della Iuventa fino in Cassazione»). Non sarebbe però questo il punto. Il legame tra alcune ong e gli scafisti, nella ricostruzione di Travaglio, non è una comunanza di interessi economici ma un nesso fattuale: le navi di organizzazioni come Medici Senza Frontiere, Sea Watch, Jugend Rettet e altre fungerebbero da pull factor, sarebbero cioè un incentivo e un’agevolazione involontari dei traffici degli scafisti. Secondo Travaglio tutto questo è palese, anzi: documentato. Chi non vede è perché non vuole vedere.
Usiamo la logica. Se si parla di un’inchiesta penale, una verità è “acclarata” quando la stabilisce una sentenza (o un provvedimento di archiviazione). Di sentenze qui non ce ne sono (di archiviazioni sì: quella della procura di Palermo su Sea Watch e Proactiva Open Arms), dunque è certo che non si possa parlare di reati, almeno per ora. Riguardo l’inchiesta della procura di Trapani (di cui a suo tempo riferì con toni trionfalistici anche la Repubblica), vero è che la nave della ong tedesca Jugend Rettet è sotto sequestro, ma le indagini sono a tal punto in alto mare (è il caso di dire) che i magistrati, a distanza di un anno, ancora cercano riscontri.
Ma, dice Travaglio, un fatto è un fatto indipendentemente dal suo essere o meno un reato. Vero. Ma dove sono le intercettazioni, i documenti, le “rivendicazioni” dei legami «acclarati» tra scafisti e ong? Travaglio, nella risposta a Diego Bianchi, non fornisce nessun link a nessuna risorsa che aiuti a fugare i dubbi. Cita, tra gli altri, Fabrice Leggeri, direttore di Frontex, ma la sua è una testimonianza tutt’altro che tranchant. Inoltre, come riporta l’Internazionale in un ottimo articolo, le tesi della procura di Trapani sono messe in discussione, nell’ordine: «dal gruppo di oceanografia forense Forensic Architecture della Goldsmiths sulla base dei video e degli audio raccolti dall’equipaggio, delle informazioni registrate nel diario di bordo della Iuventa di Jugend Rettet, delle comunicazioni con la centrale operativa della guardia costiera italiana e delle immagini scattate dai giornalisti a bordo della nave tedesca e di altre imbarcazioni impegnate nei soccorsi».
L’editoriale di Travaglio contiene molte inesattezze e opinioni personali contrabbandate per fatti. Due mi sembrano particolarmente gravi. Primo, l’idea che le ong fungano da pull factor: Matteo Villa, ricercatore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI), smentisce questo assunto, peraltro trito e ritrito, con un’analisi dei dati assai meticolosa, e il suo non è l’unico studio in tal senso. Secondo, l’equazione semplicistica «meno sbarchi, meno morti»: da quando le ong non sono più attive nei salvataggi il numero dei morti è aumentato fino a ritornare ai livelli precedenti la riduzione delle partenze (luglio del 2017).
Travaglio tutto questo lo sa bene, ma lo omette o lo mistifica come l’ultimo dei cronisti cani-da-riporto che tanto disprezza. Oppure non lo sa, e allora la premessa dell’articolo – «c’è chi pensa di fare informazione a colpi di show, magliette e tweet, e chi prova a farla documentandosi e studiando» – diventa patetica prima che fallace.
Potrei continuare con altri esempi di cecità tattica e moralità a corrente alternata – l’attacco al capo dello Stato durante le consultazioni, l’accordo fasullo tra i leader del Consiglio europeo spacciato per trionfo della diplomazia italiana, la morbidezza nei confronti di Di Maio che si schiera con Salvini nell’affaire rimborsi elettorali –, ma credo sia superfluo. Il punto è che Travaglio vive nel miraggio egolatrico della propria purezza. Tira fendenti vigorosi pregiandosi di farci notare, a ogni assalto, come non guardi in faccia nessuno. Ma il punto è proprio questo: i colpi sono fuori bersaglio. Il nemico oggi è il populismo, ovvero la tendenza mistificante che mortifica la naturale complessità della realtà, confondendo la sobrietà dell’azione politica con la faciloneria, la rapidità con la fretta, il rispetto della sovranità popolare con l’adesione acritica al senso comune. Travaglio questo non l’ha capito, o finge di non capirlo. Continua a combattere la sua guerra scegliendosi avversari di comodo, cercando di ipnotizzarli con il rigore asfittico di una coerenza ridotta, ormai, a maschera stucchevole, auto-parodia involontaria. A pensarci bene, è facile oggi essere Travaglio. Basta essere uno dei tanti.