Francis Fukuyama, l’identità e le aporie del liberalismo

Un’analisi del saggio "Identità" di Francis Fukuyama, tra populismo, cittadinanza e crisi delle democrazie liberali
Francis Fukuyama, autore del saggio "Identità" (UTET), qui recensito

L’ossessione identitaria è alla base della politica odierna e su di essa si interroga Francis Fukuyama nel suo nuovo saggio, Identità, edito da Utet.

Cosa s’intende per identità? Potremmo definirla, in prima istanza, come l’insieme di tratti psicologici e culturali che un singolo individuo o un gruppo adopera per rappresentare se stesso e definire così la propria posizione nel mondo. L’uomo, però, è un animale sociale, dunque il problema dell’identità si connette con quello del riconoscimento, il quale ha alla radice quel thymos (“spirito di aggressività”) di cui parlava Socrate nella Repubblica di Platone. Per il grande filosofo ateniese, l’anima era composta di tre principi: il nous (l’intelletto), l’epithymía (l’appetito) e, appunto, il thymos, che Fukuyama definisce «la sede della rabbia e dell’orgoglio». Dunque, se nella vita perseguiamo determinati obiettivi lo facciamo non solo per ottenere un vantaggio razionalmente misurabile (il modello antropologico alla base delle moderne teorie economiche) o per soddisfare bisogni primari, ma anche per placare l’ansia di riconoscimento. Un elevato reddito assicura non solo molteplici possibilità d’acquisto ma anche prestigio sociale. Al di là delle sue implicazioni religiose o morali (derivate dalla dottrina cristiana e dal pensiero di Kant), la lotta per la dignità è dunque, anzitutto, lotta per il riconoscimento. Il quale assume due forme: megalotimia, il desiderio di veder riconosciuta la propria superiorità, ed isotimia, l’importanza di vedersi considerati alla pari degli altri. Nella democrazia liberale, pur se con grande fatica, megalotimia e isotimia si bilanciano; da qui la superiorità che i suoi sostenitori le attribuiscono. Se oggi le tensioni illiberali minacciano l’Occidente, culla del liberalismo, è perché questo equilibrio comincia a essere giudicato insufficiente.

Non senza ragione. Dall’inizio degli anni ’80, spiega Fukuyama sulla scorta degli studi di Piketty, il capitalismo ha perduto la sua forza propulsiva. Anziché continuare a diffondere benessere, ha iniziato ad accrescere a dismisura le disuguaglianze. La crisi del 2008, originata dai subprime, ha completato il quadro. La classe media è finita in ginocchio, a tutto vantaggio del famigerato 1% più ricco della popolazione mondiale. La globalizzazione, l’automazione e i flussi migratori dall’Africa, dal Medio Oriente e dall’America Latina hanno accresciuto il senso d’insicurezza dell’uomo bianco occidentale. In questo scenario, l’ampio consenso di cui godono leader e movimenti neopopulisti ma anche la nuova impennata di fondamentalismo islamico, si spiegano con la loro capacità di rispondere chiaramente a una domanda: chi sono io?

Questo interrogativo esistenziale ha assunto rilevanza politica, spiega Fukuyama, con la modernità. L’industrializzazione e l’espandersi dei commerci su larga scala agevolarono il passaggio da un mondo di comunità rurali alla società di massa (Tönnies, Gemeinschaft und Gesellschaft). Il conseguente senso di sradicamento produsse, per la legge fisica dell’azione e della reazione uguale e contraria, nuovi nazionalismi (culminati nell’incubo del Terzo Reich hitleriano) o tentativi di aggregazione classista su scala transnazionale (l’internazionale socialista). Dopo la sconfitta della Germania nazista nella Seconda guerra mondiale, il crollo del Muro di Berlino rafforzò l’egemonia mondiale degli USA e produsse il mito della “fine della storia” (di cui Fukuyama stesso fu uno dei sostenitori, con l’omonimo saggio). Già da tempo, del resto, le forze socialdemocratiche e neoliberiste procedevano in accordo. Avendo delegato numerose funzioni a organismi burocratici, tecnici e transnazionali, la politica, per soddisfare la richiesta di autodeterminazione dei cittadini, schiacciò sul pedale dei diritti civili (la sinistra) e del mercato (la destra). La sinistra perché aveva accettato il dogma del libero mercato, e dunque non si sognava di metterlo in discussione, e la destra perché una volta concessi più diritti (divorzio, aborto ecc.) tornare indietro sarebbe stato impopolare.

Nella culla neoliberale crebbe così una generazione di narcisisti (Christopher Lasch), allevata da una politica “terapeutica”, attenta non solo a promuovere nuovi spazi di libertà ma anche a salvaguardare l’autostima dei cittadini. Fukuyama fa l’esempio dei programmi di sostegno psicologico negli USA degli anni ’60 e ’70, ma la questione riguarda, in generale, un ecosistema sociale in cui le istituzioni si incaricano di sollevare il singolo dalla fatica dell’adattamento, della responsabilità, sterilizzando il conflitto ed eliminando ogni possibile e traumatico incontro con l’Altro. Parafrasando Winnicott, si potrebbe parlare di un eccesso di “preoccupazione sociale primaria”, particolarmente evidente nelle attività dei campus universitari americani.

Su questo, l’analisi di Fukuyama, anche se con un tono meno polemico, coincide con quelle di Mark Lilla (L’identità non è di sinistra) e Tom Nichols (La conoscenza e i suoi nemici). Nelle università USA, a partire dal ’68, le battaglie dei movimenti ultraliberal, nel tentativo pur generoso di assicurare il rispetto delle minoranze, hanno assunto connotazioni grottesche. Protestare perché in un corso di cultura occidentale non sono inclusi autori afroamericani, e non perché abbiano scritto testi rilevanti ma perché la loro omissione potrebbe danneggiare «mentalmente ed emotivamente» gli appartenenti alle suddette minoranze, è l’esempio di quanto possa essere ottuso il politically correct.

È contro di esso che si scagliano i rappresentanti delle forze neopopuliste, accusando le élite progressiste di ipocrisia. L’accusa il più delle volte è strumentale. Basta un minimo di buona creanza istituzionale per finire sul banco degli imputati. Non dobbiamo stupirci. Negli ultimi decenni è cresciuta in seno alle società occidentali una cittadinanza passiva, diseducata ai doveri che il contratto sociale democratico liberale reca con sé, incattivita dal cinismo e dall’egoismo.

In questo anche la sinistra, spiega Fukuyama, ha le sue responsabilità. La sua crisi affonda le radici nella rinuncia a rappresentare le grandi collettività (le masse operaie, le classi economicamente più fragili) in favore di gruppi specifici (immigrati, donne, LGBT, rifugiati ecc.). Il problema è che questo approccio favorisce l’esclusività delle rispettive posizioni. Gli appartenenti a un gruppo, infatti, tendono a sottolineare la specificità della propria esperienza. È il prevalere della “esperienza vissuta” (Erlebnis) sulla “esperienza” (Erfahrung), uno sbilanciamento tutto moderno che Walter Benjamin definiva una «barbarie di nuovo genere», poiché impedisce la formazione di una memoria condivisa. La sinistra, credendo nell’inevitabilità del progresso e nel legame tra crescita economica e diffusione del benessere, a un certo punto ha smesso di sorvegliare la storia, ha rinunciato ad occuparsi delle masse penalizzate dal neoliberismo e ha rivolto la propria vocazione egualitaria in direzione di una politica identitaria. In questo modo ha rinunciato a produrre una nuova visione d’insieme, una «grande narrazione» (Lyotard) alternativa all’esistente, venendo meno al proprio ruolo storico. Ha lasciato così ampi spazi a forze politiche nazionaliste, regressive, sovraniste, che hanno saputo interpretare il risentimento e la frustrazione di quanti, spinti ai margini della globalizzazione, hanno sofferto, oltre a un impoverimento, un deficit di riconoscimento, dunque di dignità.

Intendiamoci: le questioni di cui la politica identitaria di sinistra si occupa sono concrete e, spesso, urgenti. È immorale che una donna che occupi la stessa posizione di un uomo guadagni meno di lui. È ingiusto che un immigrato, per quanto irregolare, sia sfruttato e umiliato. È inconcepibile che due omosessuali che camminino mano nella mano in una via del centro siano oggetto di dileggio o, peggio, di violenza. Il rimedio, però, non può passare per una politica che, pur involontariamente, accentui le differenze, piuttosto per il recupero della sola cosa che ci unisca: la cittadinanza. Fukuyama va in questa direzione quando, polemizzando con i sostenitori dell’identità nazionale fondata su “terra e sangue”, afferma la necessità di rifondarla in senso dottrinale, puntando sul riconoscimento delle proprie radici culturali e, soprattutto, sul consenso intorno alla dottrina liberaldemocratica.

Il saggio di Fukuyama ha il pregio principale di fornire una visione chiara, d’insieme, sulla nascita e lo sviluppo storico del concetto d’identità. La prospettiva è quella di un conservatore moderato, ostile al narcisismo trumpiano, convinto della necessità di ridurre le disuguaglianze (è stato un sostenitore dell’Affordable Care Act di Obama), aperto allo sviluppo di un’identità paneuropea, favorevole allo ius soli negli Stati in cui vige ancora lo ius sanguinis e al potenziamento delle politiche d’integrazione (attraverso il sistema scolastico, il servizio civile o militare obbligatorio ecc.). Il rifiuto del multiculturalismo lo spinge a pensare all’integrazione in termini di assimilazione, e questo è un limite. Mai grande quanto la sottolineatura della necessità degli stati nazionali, non esente da contraddizioni. Riguardo all’Europa, Fukuyama auspica che si arrivi all’unificazione dei sistemi di difesa e scolastico, a una cittadinanza comune e all’approvazione di riforme che trasferiscano il potere dalla Commissione al Parlamento europeo. Tuttavia, ammette che il maggior ostacolo sulla strada del progetto europeo sono proprio gli stati nazionali, gelosi delle rispettive prerogative.

L’identità nazionale, riflette Fukuyama, assicura coinvolgimento, sicurezza, prosperità, in una parola la stabilità del sistema. Quindi è da biasimare l’identità fondata su base etnica, che è «intollerante, aggressiva e profondamente illiberale», non l’identità in sé. La quale, per lo studioso americano, può essere anche liberale, democratica e inclusiva, fondata non sul retaggio o l’esperienza di gruppo ma su un’idea di Paese condivisa. Fukuyama, come abbiamo visto, definisce pragmaticamente lo spazio entro cui maturare l’adesione a questo progetto, ma lo fa ponendo in secondo piano la questione essenziale.

Sulla scorta delle tesi di Lutero, Rousseau ed Erik Erikson (lo psicoanalista che negli anni ’60 popolarizzò il concetto di identità), Fukuyama sottolinea il contrasto tra io interiore e io esteriore, tra l’autenticità del sé più profondo e la società, che perverte e imbriglia e da cui deriva il desiderio di riconoscimento. Ciò, però, non è sufficiente. Il concetto d’identità si nutre della pretesa di necessità: io sono una cosa che è sempre stata e sempre sarà e che non potrebbe essere altrimenti. “Identità” è “identĭtas”, derivazione di “idem”, “medesimo”. Ma è evidente che questa permanenza è un errore prospettico. Il nazionalismo ne offre un buon esempio. La storia ci insegna che il processo di nazionalizzazione (la formazione degli stati) è dinamico, inclusivo, volto al futuro. Il nazionalismo, invece, presuppone la nazione come un dato immutabile, eterno, che può solo rivelarsi (magari ad opera di un Führer), non costruirsi dialetticamente. Oggi il mio paese è fondato su questa etnia e questi confini, ieri non lo era e domani non lo sarà. Ieri il mio paese non esisteva, come domani non esisterà, e con esso i suoi confini e l’etnia alla quale appartengo. Dunque, che senso ha farne un assoluto?

Nessuno. Ciò che noi chiamiamo identità, sia essa nazionale, culturale o individuale, è un’approssimazione utile ma fuorviante. La riprova di ciò è che l’identità non è mai presente nell’istante. Dalla mescolanza di ricordi, atteggiamenti e aspirazioni deduco una continuità, una coerenza, e a questa continuità e a questa coerenza do il nome di “io”. Ma “io” sono percorso da spinte contraddittorie, e anzi sono ciò che queste spinte contraddittorie continuamente definiscono. Lo stesso una cultura. Ciò che chiamiamo “cultura italiana” nasce dalla messa in tensione di molteplici risorse, le quali ridefiniscono senza sosta il patrimonio comune a cui ciascuno si abbevera (Jullien).

Pensarci in termini identitari è comodo, risponde all’esigenza di ridurre la complessità. Vivere nel mondo autorappresentandoci come una forma eternamente aperta e cangiante ci appare insostenibile. Per lo meno, così è oggi. Non lo sarà, forse, per le generazioni future, sempre più proiettate nell’istante, reattive, capaci di muoversi con disinvoltura negli spazi aperti dalla globalizzazione e dall’accelerazione tecnologica. Fukuyama considera la politica identitaria un male inevitabile. Personalmente, credo valga la pena di fare uno sforzo. L’umano è nello scarto, nella devianza, nella rottura della continuità, dell’uniforme. Ciò che solo per gioco dovremmo chiamare “identità” si ridisegna continuamente nell’incontro con l’Altro. La consuetudine di pensarsi in modo unitario, la sua utilità strumentale, non dovrebbero mai farcelo dimenticare.

Scheda del libro

La copertina di "Identità" di Francis Fukuyama, edito da UTET e qui recensito

Autore: Francis Fukuyama

Traduttore: Bruno Amato

Editore: UTET

Anno edizione: 2019

In commercio dal: 26 febbraio 2019

Pagine: 236 p., Brossura

EAN: 9788851167813